Per guardare questo film serenamente bisogna innanzi tutto tenere presente che è, per l’appunto, un film: NON è la trasposizione dell’opera classica greca e quindi non abbiatene a male se non è fedele all’originale e, ancor di più, se è una riduzione molto molto concentrata.
Io personalmente non me la sono presa perché non ho frequentato il liceo classico, ma lo scientifico, e soprattutto – sacrilegio! – non ho studiato l’Odissea, ma l’Eneide…
Detto questo, l’ho trovato un bel film, per svariate ragioni che già sono state sottolineate: la maestosità di molti personaggi, l’imponenza delle scene di massa, la fotografia… insomma un vero “kolossal”.
Io però sono rimasta più colpita da altri aspetti.
- L’ospitalità
In tutto il film si torna continuamente al valore dell’ospitalità: offende Zeus non accogliere mendicanti e stranieri, anzi si rischia proprio di fare torto agli déi, che potrebbero celarsi in qualsiasi sconosciuto che bussa alla nostra porta. Quanto è attuale questo richiamo nella società di oggi?
- La fedeltà nelle relazioni
Penelope, il servo cieco Eumeo, la nutrice, il cane Argo: sono esempi di fedeltà. Certamente fedeltà intesa come non tradimento della relazione d’amore o di amicizia, ma non solo: fedeltà come aderenza ai valori, coerenza delle scelte, perseveranza nei comportamenti, pazienza nell’attendere i tempi dell’altra persona.
- Le donne
Penelope, che lungi dal rassegnarsi a fare e disfare la tela aspettando il ritorno di Ulisse, rivendica il proprio posto nel regno di Itaca: per vent’anni, senza il suo re, ha comunque retto il trono resistendo agli insidiosi attacchi dei pretendenti. E perché non può essere lei a governare? Fiero esempio classico di femminismo attualissimo.
Circe, che trasforma in porci gli uomini di Ulisse, non è un personaggio univocamente negativo; le parole rabbiose che rivolge a Ulisse gli aprono gli occhi sulla realtà della guerra: non solo audacia ed eroismo, ma saccheggi, stupri, rovine, e ovviamente morte.
La dea Atena, che in tutta la storia compatisce Ulisse per la sua ottusità e lo spinge a coltivare i suoi dubbi sulla guerra.
Calypso, che con pazienza cura Ulisse dopo la guerra di Troia, prima nel corpo e poi, quando è pronto, nell’anima, aiutandolo a ricordare la sua storia.
E qui c’è il passaggio che ho trovato più struggente: completata la ricostruzione della propria vicenda con l’aiuto di Calypso, ora Ulisse deve ritrovare se stesso e la sua strada, e così si lancia in mare aperto con una zattera di fortuna.
Ha fede nel suo destino e capisce che attraverso la tempesta bisogna passare, pur rischiando la morte: non ci sono sconti, ed è proprio nell’abbandonarsi che si ritrova.
E infine: il ritorno a Itaca.
Ulisse è lo stesso uomo, il cane Argo infatti lo riconosce, ma non è più lo stesso uomo.
Il monologo davanti a Penelope, ancora ignara, descrive il travaglio interiore dell’eroe omerico: il trauma della guerra, il senso di colpa, la messa in discussione di tutti i suoi valori e della sua stessa umanità.
La guerra è sempre un dramma, è sempre una ingiustizia, è sempre disumana.